09. Ottobre 2026
11 min di lettura

Tavolette di Vindolanda: le lettere dei soldati romani

Nel marzo del 1973 la squadra dell’archeologo Robin Birley, ai margini del forte romano di Vindolanda, nel nord dell’Inghilterra, si imbatte in un fossato profondo in due sottili…

Nel marzo del 1973 la squadra dell’archeologo Robin Birley, ai margini del forte romano di Vindolanda, nel nord dell’Inghilterra, si imbatte in un fossato profondo in due sottili schegge di legno che sembrano trucioli oleosi. Sono incollate l’una all’altra. Quando vengono separate con cautela, sul lato interno compare della scrittura. Inchiostro, dopo quasi duemila anni. Comincia a sbiadire non appena entra in contatto con l’aria. Le tavolette di Vindolanda sono scoperte, e con esse emerge un mondo la cui quotidianità solo di rado diventa così immediata e coerente: la vita dei soldati romani e delle loro famiglie lungo il confine settentrionale della Britannia.

Scrivo di questi uomini da quando scrivo romanzi. Ma pochi reperti mi hanno rivelato tanto sulla loro vita di ogni giorno quanto queste cartoline di legno.

Tavolette di Vindolanda: ciò che il terreno ha conservato

Vindolanda sorgeva lungo la strada oggi nota come Stanegate, a pochi chilometri a sud della linea su cui Roma avrebbe poi costruito il Vallo di Adriano. Quando i soldati scrivevano le loro lettere, il Vallo non esisteva ancora. I lavori cominciarono solo nel 122, dopo l’epoca in cui furono redatti i testi presentati qui. Questi testi risalgono agli anni compresi grosso modo tra il 90 e il 120 d.C., con il baricentro intorno all’anno 100. Il complesso dei reperti si estende oltre questo arco di tempo.

Se sono giunte fino a noi, lo dobbiamo al terreno. Le tavolette giacevano in strati saturi d’acqua e poveri di ossigeno, in parte sigillati dall’argilla. La scarsità di ossigeno rallenta in modo considerevole la decomposizione del legno. In condizioni ordinarie del terreno, lettere di legno come queste si conservano di rado; qui sono sopravvissute per quasi due millenni.

Le celebri tavolette a inchiostro sono poco più grandi di una cartolina: sottili foglietti di betulla, ontano e quercia, spessi appena qualche millimetro, spesso di circa venti per otto centimetri. Si scriveva con un pennino ricavato da una canna spaccata, probabilmente di frequente da una canna palustre, e con un inchiostro nero a base di carbonio, verosimilmente stemperato con un legante come la gomma arabica. Poi si piegava la tavoletta a metà, si scriveva l’indirizzo all’esterno e la si legava. Una lettera nel senso più letterale, ricavata dal legno di specie locali, mentre il papiro doveva essere importato.

Il complesso dei reperti comprende più di 1.700 pezzi, molti dei quali frammenti. Oltre alle tavolette a inchiostro ce ne sono diverse centinaia, più spesse, in legno e cera. Una parte della raccolta è conservata al British Museum, un’altra è esposta nel museo sul posto. E si continua a scavare: nel 2017 sono venute alla luce circa 25 altre tavolette, che con ogni probabilità facevano parte di un archivio e finirono nel terreno nel tardo I secolo.

Come si legge l’inchiostro sbiadito

Molti testi sono difficilmente leggibili, o lo sono solo in parte, a occhio nudo. L’inchiostro è sbiadito, il legno si è scurito. La fotografia a infrarossi ha rappresentato la svolta: nell’infrarosso l’inchiostro si stacca meglio dal legno scuro, e all’improvviso compaiono le parole. Gli studiosi Alan Bowman e David Thomas hanno poi trascorso anni a decifrare la corsiva di difficile lettura e a pubblicare i testi. A ciò si aggiunge il lavoro dei restauratori, che mettono in sicurezza dal punto di vista materiale il legno delicato.

La scrittura non è quella monumentale che conosciamo dalle iscrizioni su pietra. È la corsiva romana di ogni giorno: ora accurata, ora frettolosa, nei testi amministrativi spesso con molte abbreviazioni. Così si scriveva quando non si scriveva per l’eternità. Ed è proprio questo a rendere le tavolette così preziose.

Tavolette di Vindolanda e lettere dei soldati romani: biancheria, birra e posta

E che cosa c’è scritto? Chi pensa alle imprese eroiche dei soldati romani resterà sorpreso. Molti testi riguardano amministrazione e rifornimenti: elenchi, ricevute, richieste. In mezzo si leggono righe del tutto private.

La tavoletta 346, lacunosa, elenca nella traduzione dell’edizione: paia di calzini da Sattua, due paia di sandali, due paia di mutande e ancora due paia di sandali. Il verbo «ho inviato» è integrato, e il numero delle paia di calzini non è leggibile con certezza. Si tratta dunque di un invio di calzini, sandali e mutande. Chi siano il mittente e il destinatario e che rapporto ci sia tra loro, non lo sappiamo. In chiusura lo scrivente manda i saluti ai camerati e augura al destinatario di vivere con loro nella migliore fortuna. La frase è così poco appariscente che quasi la si salta. Proprio per questo sembra autentica.

Sulla tavoletta 628 un decurione, un ufficiale di cavalleria di nome Masclus, scrive al suo comandante Flavius Cerialis. Chiede che cosa debbano fare i suoi uomini il giorno dopo e aggiunge alla fine, quasi come un’appendice: «I miei camerati non hanno più birra. Per favore, falla mandare.» La parola per birra è cervesa, un prestito di origine celtica usato in latino. Che i soldati bevessero birra, e che ne sentissero la mancanza, è dunque documentato.

Sulla tavoletta 310 un uomo di nome Chrauttius si lamenta con Veldeius, che apostrofa come «fratello» e vecchio camerata, di non aver ricevuto risposta per così tanto tempo. Se i due fossero davvero parenti resta aperto: i nomi vengono interpretati come di impronta germanica o celtica, e «fratello» poteva essere anche un appellativo tra camerati. La scena è così quotidiana da toccare quasi: qualcuno aspetta notizie.

E sulla tavoletta 214 un portatore dell’aquila, un aquilifer, probabilmente della Legio II Augusta, scrive al suo «fratellino». Il numero della legione è gravemente danneggiato, ma la lettura è considerata probabile. L’uomo che portava l’aquila della legione apre la lettera con una formula di saluto insolitamente elaborata. Il tono è familiare.

Il forte di Vindolanda nella vita quotidiana: numeri, strade, grano

Una precisazione preliminare: Vindolanda non era un accampamento legionario, ma un forte per le truppe ausiliarie, le cosiddette auxilia. Tra le unità qui stanziate figuravano la prima coorte dei Tungri e, più tardi, la nona coorte dei Batavi. Flavius Cerialis, il prefetto della nona coorte dei Batavi, è ben noto dalle lettere. La cosa è importante, perché le unità ausiliarie erano organizzate in modo diverso dalle legioni.

Famoso è il rapporto di forza della prima coorte dei Tungri, datato 18 maggio negli anni Novanta del I secolo. Secondo la lettura dell’edizione mostra quanto questa unità fosse frammentata nella pratica: su 752 uomini, tra cui sei centurioni, solo 296 si trovavano nel forte. 456 erano distaccati, il gruppo più numeroso di loro nel forte di Corbridge, e probabilmente un centurione fino a Londra. Tra i presenti, 31 non erano idonei al servizio: 15 malati, sei feriti, dieci affetti da un’infiammazione agli occhi. Come contraltare all’idea di un reparto sempre compatto, questo esempio funziona benissimo. Di più sul servizio degli ufficiali trovi nel mio articolo su il centurione come spina dorsale della legione.

La tavoletta 343 offre uno sguardo sui rifornimenti. Un uomo di nome Octavius, che procura grano e pelli, scrive a Candidus, che chiama «fratello»: ha acquistato circa 5.000 modii di grano e ha urgente bisogno di almeno 500 denari, altrimenti andrà perso un acconto di 300. Pelli e un carro a Cataractonium, l’odierna Catterick, non li ha ancora ritirati, perché con le strade in cattive condizioni non vuole stremare gli animali. Ecco che aspetto ha l’approvvigionamento visto da vicino: preoccupazioni di denaro e strade impraticabili. Chi vuole saperne di più sulla vita degli uomini in servizio può leggere i dieci fatti sorprendenti sulla vita del legionario romano.

Brittunculi: uno sguardo sprezzante sui Britanni

Una breve tavoletta, la numero 164, contiene una parola rimasta impressa nella ricerca: Brittunculi. È un diminutivo di «Britanni» con un tono di sufficienza, più o meno «i miseri piccoli Britanni». L’inizio del testo è danneggiato, la lettura incerta. La prima riga potrebbe voler dire che i Britanni sono privi di corazza. Nella traduzione dell’edizione si legge, in senso approssimativo: i cavalieri sono moltissimi, i cavalieri non usano spade, e i miseri Britanni non montano nemmeno a cavallo per scagliare giavellotti.

Chi l’abbia scritto e con quale scopo, non si sa. È possibile una valutazione degli avversari, ma sono pensabili anche altri contesti. Documentata è la scelta di parole sprezzante, una rara testimonianza di come in quell’ambiente si parlasse della popolazione locale. Come cominciò la conquista dell’isola e che cosa costò ai Romani, l’ho raccontato nella vera storia della conquista della Britannia.

Un invito di compleanno e le voci delle donne

Forse il pezzo più celebre dell’intera raccolta non è un rapporto militare, ma un invito. Sulla tavoletta 291 Claudia Severa, moglie di un ufficiale di nome Aelius Brocchus, che probabilmente era stanziato nei dintorni più ampi, invita la sua amica Sulpicia Lepidina, moglie del prefetto Cerialis. L’occasione: il suo compleanno, l’11 settembre. Chiede in sostanza con calore che Lepidina venga, e scrive che con la sua presenza le renderà il giorno più bello.

La lettera in sé è di mano di uno scrivano. Ma la conclusione è diversa. In sostanza vi si legge: «Ti aspetterò, sorella. Stammi bene, sorella, anima mia carissima.» Queste ultime righe le scrisse Severa stessa, con una grafia diversa. Per questo la tavoletta è una delle più antiche testimonianze conservate di latino scritto di mano femminile.

La lettera ricorda anche che al confine non vivevano soltanto uomini. Famiglie di ufficiali, mercanti, artigiani e schiavi facevano parte del mondo di un forte. Come vivessero davvero le famiglie dei soldati e quanto le fonti tacciano su di loro, l’ho scritto nell’articolo su donne e famiglie nelle legioni romane.

Perché le tavolette di Vindolanda sono così importanti

Del mondo romano conosciamo gli storici, che descrivono battaglie e interpretano gli imperatori, e poi iscrizioni, papiri e scavi. Ma la vita quotidiana di un soldato al confine di una provincia solo di rado diventa tanto immediata come qui. Le tavolette di Vindolanda mostrano che nell’esercito romano si scriveva e si faceva uso della scrittura: da parte di ufficiali, amministratori, mercanti, delle loro mogli e dei loro amici, spesso con l’aiuto di scrivani. Mostrano quanto lontano viaggiassero persone e merci nella provincia: luoghi come Londra, Corbridge e Catterick compaiono nei testi. E mostrano persone che avevano debiti, preoccupazioni e desideri.

Che cosa significa Vindolanda per i miei libri

I miei romanzi della Saga dell’Aquila – Figli di Roma sono ambientati negli anni dal 43 al 46 d.C., dunque diversi decenni prima delle lettere di Vindolanda, nei primi anni della conquista. Le tavolette appartengono a una fase successiva. Eppure mi accompagnano quando penso ai miei personaggi. Mi ricordano che dietro l’aquila della legione, lo schieramento di battaglia e l’ordine c’erano sempre persone, con le loro preoccupazioni per i rifornimenti, la posta e la birra. Da romanziere immagino come battessero i denti per il freddo, come imprecassero e come aspettassero notizie. Le tavolette lo documentano solo in parte: è la mia immaginazione.

Chi vuole saperne di più sul mondo di questi uomini farà bene a dare un’occhiata al Vallo di Adriano, la cui costruzione cominciò nel 122, dopo l’epoca in cui furono redatti i testi presentati qui, e ai libri in cui cerco di restituire la vita a queste persone.

Immagine di copertina: tavoletta di Vindolanda n. 343 (lettera di Octavius a Candidus), British Museum, Londra. Foto: Michel wal, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0. Formato dell’immagine adattato per la visualizzazione.

Domande frequenti

Che cosa sono le tavolette di Vindolanda?

Le tavolette di Vindolanda sono sottili assicelle di legno con scrittura a inchiostro, trovate nel forte romano di Vindolanda, nel nord dell’Inghilterra. Contengono lettere, elenchi, rapporti e conti, in prevalenza risalenti al periodo intorno al 100 d.C. Il complesso comprende più di 1.700 pezzi, molti dei quali frammenti, e diverse centinaia di tavolette cerate.

Quando e dove furono scoperte le tavolette?

Le prime tavolette vennero alla luce nel marzo 1973 durante gli scavi di Robin Birley a Vindolanda, vicino al futuro Vallo di Adriano, nel Northumberland. Entro la fine della stagione di scavo si erano raccolti oltre duecento frammenti. Scavi successivi hanno portato altri reperti, nel 2017 circa 25 tavolette.

Perché l’inchiostro è ancora leggibile dopo circa 1.900 anni?

Le tavolette giacevano in strati saturi d’acqua e poveri di ossigeno, che hanno rallentato con forza la decomposizione del legno. Molti testi restano comunque difficili da leggere. La fotografia a infrarossi fa risaltare l’inchiostro sul legno scuro, e i restauratori mettono in sicurezza i pezzi delicati, perché si conservino e diventino leggibili.

Che cosa c’è scritto sulle tavolette di Vindolanda?

Molti testi riguardano amministrazione e rifornimenti, come rapporti di forza, elenchi e conti. In mezzo compaiono lettere private: una richiesta di birra, un invio di calzini, sandali e mutande, lamentele per risposte che non arrivano e l’invito di compleanno di Claudia Severa a Sulpicia Lepidina. Mostrano la vita quotidiana al confine.

Dove si possono vedere le tavolette di Vindolanda?

Una parte importante delle tavolette è conservata al British Museum di Londra, dove singoli pezzi sono esposti nella galleria dedicata alla Britannia romana. Anche il museo di Vindolanda, nel nord dell’Inghilterra e direttamente sul luogo del ritrovamento, espone tavolette, tra cui prestiti, insieme a reperti come scarpe e tessuti.

Una nota personale di Marc Beuster

Come autore di romanzi storici, quest’epoca mi affascina profondamente: la potenza, la brutalità e la sorprendente modernità dell’Impero romano. Nella mia Saga dell’Aquila – Figli di Roma ti porto nel cuore di questo mondo: legionari che combattono per la propria vita ai confini dell’Impero, intrighi politici a Roma e la ruvida selvatichezza della Britannia. Se questo articolo ha acceso la tua curiosità, dai un’occhiata ai miei romanzi, vivrai la Storia in modo del tutto diverso.

→ Ai romanzi della Saga dell’Aquila

Marc Beuster
Marc Beuster

Marc Beuster, nato nel 1981 nella Germania del Nord, scrive romanzi d'avventura storica sul mondo dei Romani. La sua Saga dell'Aquila porta i lettori nell'universo dei legionari romani: avvincente, autentica, atmosferica.

Scopri i libri →

Continua a leggere

Ti è piaciuto l'articolo?

Immergiti ancora più a fondo nel mondo dei Romani, con i romanzi d'avventura storica di Marc Beuster.

Scopri tutti i libri
← Torna al blog