È una scarpa di cuoio morbido, più piccola della mano di un uomo. Accanto ne giace un’altra, ancora più minuta, poco più grande di una mela. Entrambe sono state ritrovate in una baracca di soldati romana. Entrambe appartenevano a persone che, secondo la legge imperiale, non avrebbero dovuto trovarsi lì. Chi indaga sulle donne nelle legioni romane si imbatte in una verità sorprendente: per oltre due secoli, migliaia di donne e bambini vissero a stretto contatto con i legionari, senza esistere ufficialmente. Cucinavano, partorivano, amavano, morivano. Sulla carta erano invisibili.
La ricerca degli ultimi vent’anni ha ribaltato la vecchia immagine dell’accampamento come dominio esclusivamente maschile. Penelope Allison, dell’Università di Leicester, ha dimostrato nel suo progetto Engendering Roman Military Spaces che le donne erano presenti non solo nei sobborghi militari, ma anche all’interno delle mura del castrum. Fusaiole tra le spade, perline di vetro sotto le assi delle baracche, spilloni per capelli nei detriti degli alloggi della truppa. Sono ritrovamenti che raccontano una storia che nessuna iscrizione ha mai messo per iscritto.
Il divieto matrimoniale di Augusto: l’origine di una doppia morale
Intorno al 13 a.C., l’imperatore Augusto emanò una legge destinata a plasmare per due secoli la vita familiare dei soldati romani. Ai legionari in servizio attivo e ai soldati ausiliari era proibito sposarsi. Un matrimonio già contratto si scioglieva automaticamente con l’arruolamento. Le ragioni erano pragmatiche e gelide: preservare la disciplina, garantire trasferimenti senza il fardello di mogli e figli al seguito, risparmiare al fisco le pensioni alle vedove e gli aumenti di paga per le famiglie.
Il divieto rimase in vigore fino alla riforma di Settimio Severo nel 197 d.C.. Si tratta di un arco temporale in cui intere generazioni di soldati convissero, ebbero figli e costruirono case, ma sempre dentro una zona grigia del diritto. Chi legge i romanzi ambientati nella Britannia del primo secolo, come la Saga dell’Aquila – Figli di Roma, entra esattamente in questo mondo: un impero che ufficialmente spediva al fronte guerrieri celibi, ma che ovunque tollerava villaggi militari pieni di famiglie.
Chi era la focaria? Donne senza statuto, donne senza diritti
La compagna di un soldato portava un nome semplice: focaria. Letteralmente significa “quella del focolare”. Sulle iscrizioni funerarie compare anche la parola uxor (moglie), ma si trattava di un termine sociale, non giuridico. Queste donne provenivano da tre gruppi principali: schiave acquistate e mantenute dal soldato con la sua paga, liberte cresciute attorno agli accampamenti, e peregrinae, ovvero non cittadine indigene della provincia di stanza.
Nella Britannia del 47 d.C., spesso si trattava di figlie e vedove appartenenti alle tribù dei Trinovanti, dei Catuvellauni e dei Cantiaci. La donna di un cavaliere ausiliario tracio poteva venire da un villaggio sulle rive del Tamigi. L’unione era protetta dalla spada del compagno, ma sul piano legale equivaleva al nulla. Se il soldato cadeva in battaglia senza lasciare testamento, la sua focaria non ereditava nulla. Niente pensione di reversibilità, niente tutela, niente cittadinanza. Spariva dai registri con la stessa discrezione con cui vi era entrata.
Canabae e vici: i villaggi militari come patria
Subito addossata alle mura della fortezza legionaria cresceva una seconda città. I Romani la chiamavano canabae legionis, il villaggio della legione. In Britannia, Camulodunum (l’odierna Colchester) era la sede più importante di questo tipo. Dal 43 o 44 d.C. vi era acquartierata la Legio XX Valeria, e attorno alle palizzate lignee della fortezza fiorivano banchi di mercato, botteghe, taverne, templi, abitazioni. I mercanti gallici portavano vino e olio d’oliva, i contadini britanni vendevano grano e bestiame, e nei vicoli stretti vivevano le famiglie dei soldati.
Anche se le canabae sorgevano giuridicamente su terreno militare e il legato della legione vi esercitava la suprema autorità giudiziaria, in questi insediamenti regnava una cultura mista che dava il volto alla provincia. Attorno ai castelli ausiliari più piccoli, dalla fine del primo secolo, si svilupparono i vici, villaggi più autonomi, spesso a due o tre chilometri di distanza. Erano il salotto della vita d’accampamento romana: qui i bambini imparavano il latino accanto alla lingua delle loro madri, qui si celebravano feste romane insieme a riti celtici, qui l’impero si fondeva con i popoli conquistati.
Quando, nel 49 d.C., la Legio XX fu trasferita più a ovest, i veterani occuparono l’antico accampamento. Dalla canabae nacque la colonia Claudia Victricensis, la prima città di cittadini romani della Britannia. Proprio quella città, dodici anni più tardi, fu data alle fiamme dalle truppe di Boudicca, alla testa degli Iceni e dei Trinovanti. Le donne e i bambini della prima generazione, nati nelle baracche dei soldati, morirono tra le fiamme della loro stessa casa.
Castris nati: il destino dei figli
Nelle iscrizioni romane compare una parola amara: castris. Significa “nato nell’accampamento”. Questi bambini erano romani nello spirito, ma non davanti alla legge. Poiché il padre non aveva ufficialmente sposato la madre e quest’ultima nella maggior parte dei casi non era cittadina romana, i figli ne ereditavano lo statuto. Un bambino nato da un legionario italico e da una donna di un villaggio britanno non diventava cittadino romano. Non poteva ereditare terre, ricoprire cariche, stipulare contratti che avessero valore davanti a un tribunale romano.
Se il padre cadeva, sparivano anche le poche tutele che la sua posizione garantiva. Il figlio maschio, magari, poteva un giorno arruolarsi a sua volta in un’unità ausiliaria; alla figlia spesso non restava che sposare un altro soldato o un mercante del villaggio militare. Un’intera generazione visse sospesa fra due mondi: troppo romana per le tribù, troppo poco romana per l’amministrazione.
Il seguito della legione: calones, lixae e il secondo esercito
Una legione in marcia non era mai soltanto una legione. Dietro i cinquemila soldati si muoveva un seguito quasi altrettanto numeroso. Per ogni legione i quartiermastri calcolavano circa mille o milleduecento calones: schiavi armati che fungevano da mulattieri, portatori e aiutanti d’accampamento. Indossavano elmi, da cui il soprannome galearii, e in caso di necessità potevano combattere. Scavavano fossati, montavano tende, trasportavano acqua, accudivano gli animali.
Accanto a loro viaggiavano i lixae, vivandieri liberi, fabbri, scribi, guaritori, sacerdoti, prostitute e mercanti. Non erano combattenti, ma all’interno dell’accampamento avevano un proprio ordinamento. Quando la legione fondava una nuova base, il seguito allestiva i propri banchi proprio davanti al vallum, e da quel mercato improvvisato nasceva spesso la futura città militare. Tra le bancarelle correvano bambini, le donne cucinavano, gestivano piccoli commerci. L’immagine sobria di un esercito romano in marcia ordinata corrisponde alla realtà soltanto per metà.
Tacito, negli Annali (libro 1, capitolo 40), racconta una scena clamorosa avvenuta sul Reno nel 14 d.C. Durante un ammutinamento, Germanico è costretto ad allontanare dall’accampamento la moglie incinta Agrippina e il piccolo figlio Gaio (il futuro Caligola) per metterli al sicuro. Lo scandalo non riguardava la rivolta, bensì il fatto che una donna romana di alto rango e un bambino piccolo si trovassero nel campo militare. L’indignazione rivela quale fosse la norma: le donne c’erano. Le donne dell’aristocrazia, però, non avrebbero dovuto esserci.
Il diploma del veterano: una tavoletta di bronzo che cambia tre vite
Dopo venticinque anni di servizio, un soldato ausiliario riceveva un dono che ribaltava la sua esistenza e quella della sua famiglia. Una tavoletta di bronzo, il diploma militare, redatta in due copie: una per il soldato, l’altra conservata nell’archivio imperiale. Vi era scritto, con tanto di testimoni e data, che il portatore otteneva la cittadinanza romana, il conubium (il diritto di sposare legalmente una non cittadina) e il riconoscimento retroattivo dei figli avuti come cittadini romani.
Era il momento in cui tre ombre diventavano tre cittadini. Il veterano poteva finalmente chiamare moglie la sua focaria, il figlio poteva arruolarsi nella legione, la figlia poteva sposare un cittadino, ereditare terra, far valere la propria voce. La tavoletta di bronzo era più preziosa di qualunque paga. Nei musei di tutta Europa si conservano oggi centinaia di questi diplomi, ognuno la prova di una vita iniziata nell’ombra e conclusa alla luce.
Non tutti, però, ebbero questa fortuna. Intorno al 140 d.C., Antonino Pio limitò il privilegio: i figli nati prima del congedo non ottenevano più automaticamente la cittadinanza. Chi era nato prima della riforma vinceva. Chi nasceva dopo, perdeva.
Donne che non potevano esistere
La ricerca sulla vita d’accampamento romana non è più soltanto storia militare. È anche storia sociale, storia delle donne e dei bambini. Lindsay Allason-Jones, con il suo studio classico Women in Roman Britain, ha mostrato quanto diffuse fossero in realtà queste famiglie “invisibili”. A Vindolanda, fortino ausiliario poco a sud di quello che sarebbe poi diventato il vallo di Adriano, gli archeologi hanno rinvenuto oltre settemila scarpe di cuoio, comprese eleganti calzature da donna e da bambino. Fusaiole e perline di vetro giacevano nelle baracche della truppa accanto a punte di freccia e fibbie di elmo.
Il documento più celebre proveniente da Vindolanda è l’invito di compleanno che Claudia Severa scrisse all’amica Sulpicia Lepidina intorno al 100 d.C. È la più antica lettera in lingua latina vergata da una donna giunta fino a noi. Una donna di guarnigione invita un’altra donna di guarnigione alla sua festa. Una semplice tavoletta di legno, scritta a inchiostro, dimostra ciò che le iscrizioni in pietra non avrebbero mai potuto raccontare: queste donne avevano amicizie, progetti, ricorrenze, voci proprie.
Anche la stele funeraria del cavaliere tracio Longinus Sdapeze a Colchester, datata intorno al 49 d.C., rientra in questo quadro. Morì pochi anni prima della rivolta di Boudicca. Fu il suo erede a far erigere il monumento, presumibilmente un figlio o un fratello. Chi fosse davvero quell’erede, e chi piangesse sulla tomba, la pietra non lo dice. Ma dice una cosa precisa: qualcuno c’era.
Un mondo in mezzo ai mondi
Quando, nei miei romanzi, dipingo il mondo dei conquistatori romani in Britannia, penso spesso a queste donne invisibili dell’accampamento. Alle britanne che amarono un invasore e dovettero contemporaneamente assistere alla rovina del proprio popolo. Ai figli che parlavano latino e britannico, cresciuti in un mondo in cui i loro genitori, sulla carta, non potevano essere una famiglia. Il tribuno Gaius Julius Maximus e il centurione Brutus, eroi della Saga dell’Aquila – Figli di Roma, vivono proprio in quella Britannia degli anni 43 e 46 d.C., pochi anni prima dell’insurrezione di Boudicca. Nei loro accampamenti vivono donne ufficialmente assenti. Nei vicoli delle loro canabae giocano bambini ufficialmente non romani. Eppure sono loro a reggere l’impero sulle spalle.
Una scarpa di cuoio in una baracca è ben più di un rifiuto. È la prova che la storia ufficiale e la storia reale sono due storie diverse. Quella reale, lo sappiamo bene, è sempre la più appassionante.
Domande frequenti
I legionari romani potevano sposarsi?
No. Dal 13 a.C. al 197 d.C., per volontà di Augusto, vigeva un severo divieto matrimoniale per i legionari in servizio attivo e per gli ausiliari. Un matrimonio già contratto si estingueva con l’ingresso nella legione. Solo dopo venticinque anni di servizio e con il diploma del veterano potevano celebrare un’unione legalmente valida.
Cos’era una focaria?
La focaria era la compagna non ufficiale di un soldato. Il termine significa “quella del focolare” e indicava schiave, liberte o donne indigene che convivevano con legionari o ausiliari. Sul piano legale queste unioni non erano matrimoni, ma sul piano sociale erano in larga parte accettate e nelle iscrizioni funerarie compaiono spesso come uxor.
Dove vivevano le donne dei soldati romani?
Vivevano nelle canabae, i villaggi militari addossati alle mura della fortezza legionaria, nei vici nati accanto ai castelli ausiliari minori e, come dimostrano i ritrovamenti archeologici più recenti, perfino dentro le baracche dei soldati. Le ricerche di Penelope Allison a Vindolanda e in altri siti hanno smentito definitivamente la vecchia immagine dell’accampamento come spazio puramente maschile.
Cosa accadeva ai figli dei legionari?
Erano detti castris nati. Di norma non avevano la cittadinanza, perché i loro genitori non erano legalmente sposati e la madre, nella maggioranza dei casi, non era cittadina romana. Non potevano ereditare terra né ricoprire cariche pubbliche. Solo grazie al diploma del veterano del padre ottenevano la cittadinanza in via retroattiva, sempre che fossero nati prima del 140 d.C.
Cos’è un diploma militare?
Il diploma militare era una tavoletta di bronzo che gli ausiliari ricevevano dopo venticinque anni di servizio. Conferiva al veterano la cittadinanza romana, il diritto di sposarsi legalmente (conubium) e il riconoscimento retroattivo dei figli come cittadini romani. Centinaia di questi diplomi sono conservati oggi nei musei europei.
Ti è piaciuto l'articolo?
Immergiti ancora più a fondo nel mondo dei Romani, con i romanzi d'avventura storica di Marc Beuster.

Cosa ne pensi? Il tuo parere mi interessa: condividilo nei commenti!