Nel 485 a.C., così raccontavano i Romani secoli più tardi, due questori condussero un uomo sul Campidoglio. Era stato tre volte console della Repubblica romana, aveva vinto guerre e concluso un trattato di alleanza destinato a segnare Roma per generazioni. Poco prima aveva proposto di distribuire terra pubblica fra i cittadini più poveri.
Si chiamava Spurio Cassio Vecellino, e la sua proposta è considerata la prima legge agraria romana. Non fu mai attuata. La storia della sua caduta, però, Roma continuò a raccontarla ancora quattrocento anni dopo, ogni volta che qualcuno tornava a proporre una distribuzione di terre.
Una premessa che appartiene a questa epoca
Prima di cominciare, una riserva che va tenuta presente in qualsiasi testo sulla Roma delle origini. Per gli anni intorno al 500 a.C. non esiste alcuna storiografia contemporanea agli avvenimenti. Le nostre fonti principali, Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso, scrissero sotto Augusto, vale a dire circa quattrocentocinquanta anni dopo i fatti.
Si basavano su una tradizione che rimodellò molti aspetti dell’età arcaica alla luce del proprio presente. Quando scrivevano, Roma si era appena lasciata alle spalle le sanguinose lotte per la riforma agraria della tarda Repubblica. Parecchio di quanto si racconta su Cassio suona in modo sospetto come se fosse stato narrato con la consapevolezza di quei conflitti successivi.
La ricerca ritiene possibile l’esistenza di un nucleo storico. Tutto il resto di questo articolo va quindi letto per quello che è: la tradizione romana su Cassio, non una ricostruzione accertata degli avvenimenti.
Chi era Spurio Cassio?
Nelle liste consolari Cassio compare tre volte, per gli anni 502, 493 e 486 a.C. In una repubblica appena più vecchia di una vita umana, questo ne faceva una delle figure più in vista in assoluto. Roma, a quel tempo, non era un impero, ma uno Stato cittadino che lottava per il controllo del territorio immediatamente circostante.
Per il suo primo consolato i fasti trionfali e Dionigi registrano una vittoria sui Sabini. Tito Livio presenta la campagna in modo diverso e non attribuisce il successo a Cassio nello stesso modo. Divergenze di questo tipo sono tipiche dell’epoca e un buon indizio di quanto sia incerto il terreno.
Molto meglio attestata è la sua seconda grande impresa. Nel 493 a.C. Roma concluse con le città latine un’alleanza che la tradizione ricorda con il suo nome, il Foedus Cassianum. Regolava l’assistenza reciproca e la spartizione del bottino di guerra fra Roma e la Lega Latina. Un trattato fra partner, non uno strumento di dominio. Che Roma sia poi diventata la potenza egemone nel Lazio fu una conseguenza dei rapporti di forza, non lo scopo del testo del trattato.
Colpisce quanto a lungo questo trattato sia rimasto presente. Cicerone riferisce che il testo era inciso su una colonna di bronzo, e ne parla in termini tali da far ritenere che ai suoi tempi fosse ancora visibile. Roma distrusse l’uomo e conservò il suo trattato.
La legge agraria del 486 a.C.
Nel suo terzo consolato Cassio presentò la proposta che gli fu fatale. Per capirla serve un concetto destinato a dominare la politica interna romana per secoli: l’ager publicus, la terra comune.
Quando Roma sconfiggeva un vicino, ne confiscava una parte del suolo. Quella terra apparteneva al popolo romano. A sfruttarla erano coloro che disponevano di bestiame, manodopera e influenza per metterla a frutto. La tradizione accusa soprattutto i facoltosi possessores, e nella rappresentazione più tarda in particolare i patrizi. Per il quinto secolo, però, non bisogna immaginare una grande proprietà fondiaria sul modello della tarda Repubblica. Quelle immagini appartengono all’epoca di chi racconta, non all’epoca di Cassio.
Allo stesso tempo la condizione di molti piccoli contadini era precaria. Chi era impegnato in una campagna militare non poteva coltivare il proprio podere. Chi si indebitava poteva finire nella servitù per debiti che i Romani chiamavano nexum. Si trattava di un atto giuridico formale con cui un debitore vincolava sé stesso a garanzia di un debito o per estinguerlo con il lavoro, e non della conseguenza automatica di ogni insolvenza. Le regole precise sono discusse dalla ricerca. Non è invece in discussione che la questione debitoria fosse uno dei conflitti principali di quei decenni.
Che cosa Cassio abbia proposto esattamente non lo sappiamo, perché non ci è pervenuto alcun testo di legge. Le due fonti principali, inoltre, lo raccontano in modo diverso. Il nucleo comune alle due versioni: una parte della terra pubblica doveva essere distribuita, e non soltanto ai cittadini romani, ma anche agli alleati latini e agli Ernici, sottomessi poco tempo prima.
Tito Livio riferisce che una parte dei plebei cominciò allora a rifiutare quel dono, proprio perché doveva essere esteso dai cittadini agli alleati. Cassio perse così su entrambi i fronti: presso coloro di cui intaccava lo sfruttamento della terra e presso una parte di coloro che voleva aiutare. Il suo collega di consolato, Proculo Verginio, si schierò contro di lui.
L’accusa di aspirare alla regalità
Ciò di cui Cassio fu accusato l’anno successivo viene spesso riassunto con l’espressione latina adfectatio regni, l’aspirazione alla regalità. Questa espressione, però, è una denominazione collettiva più tarda e non un capo d’accusa formale. Per il processo pubblico Tito Livio nomina espressamente la perduellio, cioè l’alto tradimento. Cicerone di solito parla del fatto che qualcuno abbia allungato le mani sulla dignità regia.
Perché a Roma questa accusa pesasse tanto lo spiega il calendario. La cacciata dell’ultimo re, Tarquinio il Superbo, risaliva, secondo il computo romano, a circa venticinque anni prima. La Repubblica non possedeva ancora una codificazione pubblica delle leggi, che arrivò soltanto con le Dodici Tavole, una trentina d’anni più tardi. Quello che possedeva era un consenso fondativo: mai più il potere di uno solo. Due consoli al posto di un re, rinnovati ogni anno, perché il potere non potesse radicarsi.
Ne nacque un argomento politico efficace. Chi raccoglieva seguaci oltre i confini degli ordini, chi dava al popolo qualcosa che lo rendeva riconoscente, finiva facilmente sotto quel sospetto. Non se ne deve però ricavare un automatismo. Dionigi descrive un vero e proprio processo, con testimoni e prove, dai pagamenti in denaro agli incontri segreti. Se quelle prove fossero costruite a tavolino per ragioni politiche, oggi non è più possibile chiarirlo. L’unica cosa certa è che le fonti non descrivono un procedimento privo di istruttoria.
E a Roma ci furono molti politici popolari e molti benefattori che questa accusa non se la sentirono mai rivolgere. Era un’arma a disposizione, non un destino che toccava a ogni riformatore.
Due tradizioni, una morte
Su come Cassio sia morto già gli antichi non erano d’accordo, e le due versioni dicono molto sull’immagine che Roma dava di sé.
Secondo la prima fu il padre stesso a giustiziarlo. Un capofamiglia romano deteneva la patria potestas, un potere sui figli che secondo la tradizione arrivava fino al diritto di ucciderli, anche se la sua applicazione concreta è oggetto di discussione nella ricerca. In questa versione il padre condanna il figlio in un tribunale domestico, lo fa uccidere e consacra alla dea Cerere il suo peculium, il patrimonio separato che gli era stato lasciato in gestione.
Secondo l’altra furono i questori Cesone Fabio e Lucio Valerio ad accusarlo davanti al popolo di perduellio. Fu condannato e la sua casa venne abbattuta per ordine dello Stato. Tito Livio preferisce espressamente questa seconda versione, con le parole che essa si avvicina di più alla credibilità. Il modo dell’esecuzione, però, non lo indica.
La celebre caduta dalla rupe Tarpea proviene da un’altra fonte: è Dionigi ad aggiungerla. Quella rupe sul Campidoglio, dalla quale Roma gettava i traditori, viene oggi collocata per lo più sul versante sudorientale del colle, sopra il Foro, ma la sua posizione esatta resta tuttora controversa.
Alla cancellazione della sua memoria appartiene un dettaglio che viene spesso raccontato in modo sbagliato. Plinio il Vecchio riferisce di una statua che Cassio aveva eretto a sé stesso presso il tempio di Tellure. Non fu fusa dopo la sua morte, ma soltanto nel 158 a.C., quando i censori fecero rimuovere le statue prive di autorizzazione ufficiale. Il ricordo di lui svanì quindi lentamente e non per un atto di vendetta.
Che ne fu di quell’idea
Cassio non restò un caso isolato, e questo vale in entrambe le direzioni. La tradizione conosce altri uomini che finirono in modo simile, e altrettante distribuzioni di terre che semplicemente ebbero luogo.
Fra i casi celebri si annovera Spurio Melio, che nel 439 a.C., durante una carestia, avrebbe distribuito grano a proprie spese e che per questo fu accusato di aspirare alla regalità e ucciso. E Marco Manlio Capitolino, condannato nel 384 a.C. dopo aver riscattato cittadini indebitati, proprio l’uomo al quale la tradizione attribuisce la salvezza del Campidoglio dai Galli. Entrambi i racconti portano evidenti tracce di elaborazione successiva.
Cicerone e altri, più tardi, elencavano questi tre nomi come una formula fissa: Cassio, Melio, Manlio. È questo il dato davvero interessante. Non che Roma uccidesse ogni riformatore, ma che Roma si fosse costruita una figura esemplare da richiamare all’occorrenza.
Perché parallelamente, nel corso dei secoli, Roma distribuì terre, fondò colonie e assegnò lotti. Le norme licinie sestie del 367 a.C. avrebbero fissato un tetto massimo di 500 iugera per lo sfruttamento della terra comune, anche se sia la datazione sia l’effettiva applicazione di questa disposizione sono controverse nella ricerca. Il problema, dunque, non fu mai che Roma non avesse una procedura per distribuire la terra. Ne aveva più di una. Il problema era la possibilità di imporla politicamente contro diritti di sfruttamento ormai consolidati.
Quando nel 133 a.C. Tiberio Sempronio Gracco, come tribuno della plebe, fece approvare una nuova distribuzione della terra comune in Italia, non fu una ripetizione del 486, ma una risposta a condizioni diverse. La sua legge venne approvata e la commissione insediata cominciò davvero a lavorare. Fu ucciso in un tumulto sul Campidoglio, e anche contro di lui fu sollevata l’accusa di allungare le mani sulla dignità regia. Suo fratello Caio, egli stesso membro della commissione agraria, perseguì più tardi un programma molto più ampio e morì nel 121 in circostanze diverse: in fuga, secondo Plutarco per mano del suo stesso schiavo.
Perché questa storia spiega comunque qualcosa
Chi mette a confronto i vari casi con sguardo sobrio non trova alcuna legge di natura per cui ogni riformatore agrario dovesse morire. Quello che si trova è altro, e per capire Roma forse più importante.
La distribuzione della terra toccava sempre diritti di sfruttamento già esistenti di famiglie influenti. Sulle leggi decidevano le assemblee popolari e non il Senato, è vero, ma imporre una legge contro la resistenza delle case dirigenti era una questione diversa dal votarla. E con il sospetto di aspirare alla regalità era pronto un argomento capace di trasformare qualsiasi dibattito sulla proprietà in una questione di lealtà costituzionale.
La vera continuità non sta quindi in una catena di omicidi, ma in un racconto. Roma ha continuato per secoli a raccontarsi da sé la figura del riformatore che si spinse troppo oltre, e ogni generazione l’ha riutilizzata a modo suo. Quando Tito Livio e Dionigi scrissero di Cassio, i Gracchi erano morti da più di cent’anni e la Repubblica si era spezzata sui propri conflitti. La loro rappresentazione dell’anno 486 è perciò anche un commento a ciò che essi stessi avevano vissuto.
Cassio nel romanzo
È proprio questa incertezza a rendere l’epoca interessante per un romanziere. Dove le fonti si contraddicono bisogna scegliere, e quella scelta è già narrazione.
Nel secondo volume della mia serie dedicata a Dentatus, incentrata sul guerriero plebeo Lucius Siccius Dentatus, Cassio è la figura con cui il mio protagonista impara la politica. Il romanzo segue gli anni dal 493 al 486 a.C., cioè l’arco compreso fra il trattato con i Latini e la legge agraria. Per la morte ho scelto la versione del processo davanti al popolo, quella che lo stesso Tito Livio riteneva più credibile. Non soltanto per fedeltà alle fonti, ma perché fa al mio protagonista qualcosa che la variante con il padre non potrebbe fargli: lo costringe a guardare il popolo per cui combatte condannare l’uomo che voleva dargli la terra.
Se volete sapere che effetto fa quest’epoca vista dal basso, con gli occhi di un figlio di contadini che vince a Roma le sue battaglie e continua comunque a temere per il proprio campo: trovate tutti i miei romanzi nella panoramica dei miei libri.
Domande frequenti
Chi era Spurio Cassio?
Spurio Cassio Vecellino compare nelle liste consolari romane per gli anni 502, 493 e 486 a.C. Gli viene attribuito il trattato di alleanza con la Lega Latina, il Foedus Cassianum, e nel 486 la prima proposta tramandata di distribuzione della terra pubblica. L’anno successivo, secondo la tradizione, fu giustiziato.
Che cosa prevedeva la prima legge agraria romana?
Non ci è pervenuto alcun testo di legge, e gli autori antichi descrivono la proposta in modo diverso. Concordano sul fatto che si trattasse della distribuzione di terra pubblica, e che oltre ai cittadini romani dovessero essere considerati anche gli alleati latini e gli Ernici. Secondo Tito Livio fu proprio questo punto a incontrare resistenza fra la plebe.
Che cosa significa adfectatio regni?
L’espressione indica l’aspirazione alla regalità, ma è una denominazione collettiva più tarda e non un capo d’accusa formale del diritto romano. Per il processo contro Cassio, Tito Livio nomina espressamente un’accusa di perduellio, cioè di alto tradimento.
Spurio Cassio fu gettato dalla rupe Tarpea?
Così riferisce Dionigi di Alicarnasso. Tito Livio preferisce la stessa versione del processo, ma non indica il modo dell’esecuzione. Una tradizione divergente lo fa invece uccidere dal padre stesso in un tribunale domestico. Quale versione corrisponda al vero non è possibile stabilirlo.
Che cosa c’entra Spurio Cassio con i Gracchi?
Direttamente nulla. Autori antichi come Cicerone lo collocarono però, insieme a Spurio Melio e Marco Manlio, all’inizio di una serie di uomini accusati di aspirare alla regalità. Questa serie è una figura della memoria romana e non la prova di una tradizione riformatrice continua.
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